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Le valanghe sono classificate in base alle diverse caratteristiche che si possono rilevare, a vista, nelle parti in cui si suddivide l'area interessata dal fenomeno.
In rapporto alle dimensioni si distinguono in piccole, quelle che presentano una linea di distacco e un percorso inferiori ai 50 m di lunghezza (definite anche smottamenti o colature di neve), e grosse valanghe.
Il volume nella zona di arresto, dal quale dipendono l'ampiezza e lo spessore del deposito, è legato evidentemente alle dimensioni della zona di distacco ed allo spessore di neve staccata, ma molto spesso la massa totale è molto maggiore di quella originaria perché incrementata dalla neve che viene movimentata e trascinata a valle lungo il percorso.
Nel valutare il potenziale volume di una valanga bisogna dunque considerare sia la zona di distacco primaria, dove il fenomeno ha effettivamente inizio, sia le possibili zone secondarie sottostanti. Quella che per dimensioni del distacco primario e del percorso dovrebbe essere definita come piccola valanga può avere un grosso deposito finale e, viceversa, quello di una grossa valanga essere molto ridotto perché gran parte della neve si è fermata in avvallamenti, ripiani o comunque aree poco inclinate presenti lungo la sua traiettoria.
E' da notare che anche piccole valanghe possono essere molto pericolose: bastano poche decine di metri cubi per buttar fuori strada una macchina, o seppellire una persona, mentre il peso di 400 - 500 kg di 1 mc di lastrone è più che sufficiente per sfondare una cassa toracica anche per semplice appoggio.
Da rilevare inoltre che, mentre le grosse valanghe sono facilmente prevedibili in quanto legate ad una eccezionale situazione nivologica, le piccole, proprio perché tali e molto localizzate, lo sono meno e rappresentano quindi una minaccia più subdola, ma pur sempre reale, che si può evitare solo attraverso la conoscenza delle condizioni del manto nevoso acquisibile attraverso l'analisi cristallografica e quella stratigrafica già viste in precedenza.
Per altro l'osservazione di molte piccole valanghe concentrate ci dice che su quel versante si è verificata una crisi di stabilità e, dalla tipologia delle valanghe, è possibile individuare la o le cause che hanno determinato l'instabilità e trarre utili riferimenti sulla situazione esistente al momento sui versanti adiacenti non ancor scaricati.
Rispetto al piano di scorrimento si definisce superficiale la valanga la cui neve si stacca e/o si muove su altra neve, di fondo quella che viceversa mette a nudo il terreno.
Molto spesso i due tipi coesistono, sia nella zona di distacco primario sia lungo il percorso; quella di fondo si riconosce, oltre che dal terreno visibile, anche dalla inclusione di materiale vario (terriccio, erba, sassi, ecc.) inglobato lungo il percorso e depositato nella zona di arresto.
Sempre rispetto al piano di scorrimento si distingue la valanga radente, quando la neve si muove a stretto contatto con la base di appoggio (suolo o neve che sia) e pertanto risente di un notevole attrito di fondo, dalla valanga nubiforme, quando la neve viaggia praticamente sospesa nell'aria.
Una nubiforme è caratterizzata da alta velocità, minima densità (pochi chili a metro cubo), con effetti devastanti dovuti allo spostamento d'aria che si fa sentire varie centinaia di metri sia sul fronte (tanto da risalire per ampio spazio anche versanti in contropendenza),
sia sui fianchi dove spesso, oltre alla spinta, si sente l'effetto della depressione che si crea in coda alla valanga (gli alberi ai margini vengono risucchiati sul tracciato e non spinti all'esterno). Per la sua formazione sono necessarie tre condizioni: distacco di neve asciutta a debole coesione interna, tale comunque da essere polverizzata nella parte iniziale del percorso;
pendenze notevoli che permettano forte velocità già all'inizio del percorso; percorso con morfologia convessa e/o con salti rocciosi in successione, tali da staccare la neve dalla superficie di scorrimento permettendo al fronte della valanga di inglobare aria con riduzione della densità e aumento della velocità per diminuzione dell'attrito.
In base alla configurazione della linea di distacco si parla di valanga a lastroni se la frattura è più o meno lineare, di valanga a debole coesione se la partenza è tendenzialmente puntiforme.
Nel primo caso la neve, prima del cedimento, aveva già acquisito una qualche coesione per effetto della sinterizzazione in isotermia, anche se spesso già nei primi metri di movimento la lastra si disintegra in pezzi minuti fino ad arrivare alla polverizzazione; nel secondo caso si tratta di neve a minima coesione,
quale la neve fresca che può partire al momento della perdita della coesione feltrosa o per l'urto dovuto alla caduta di neve o sassi da rocce sovrastanti, o ancora di neve fradicia che si movimenta nel punto in cui si concentra l'acqua che vi filtra attraverso o che scorre in superficie.
Nel caso del distacco puntiforme la valanga assume in genere una forma "a pera", ma con la spinta dinamica può movimentare il manto nevoso sottostante innescando una valanga (in genere a lastroni) che può interessare vasti territori .
Dalle caratteristiche della neve del deposito terminale si possono ricavare altre informazioni: se sono presenti blocchi più o meno squadrati e spigolosi si tratta del cedimento, nella zona primaria e/o in quelle secondarie, di lastroni compatti e si deve dedurre che il versante è interessato da depositi da vento con tutto quel che ne deriva;
se la neve è polverosa si ricava che il distacco è dovuto al cedimento della coesione feltrosa; se il deposito si presenta come un accumulo di grosse palle la neve è sicuramente umida o bagnata ed il distacco è stato causato da una diminuzione di coesione per fusione;
dall'assenza o presenza di materiale estraneo si può inoltre capire se la valanga è stata a scorrimento superficiale o di fondo, almeno per una certa parte del percorso.
Con queste informazioni, anche non vedendo direttamente la zona di distacco e/o il percorso, si possono ricostruire, almeno in prima approssimazione, le condizioni nivologiche di un versante e, se l'evento è stato recente, avere un'idea di quali pericoli siano in agguato.
Altra distinzione è quella tra valanga incanalata, quando la neve in movimento si concentra negli avvallamenti, e la valanga di versante aperto quando la morfologia del versante è più o meno piatta e regolare.
Nel primo caso l'altezza di flusso dipende, oltre che dal volume totale, dalla pendenza (se questa diminuisce cala anche la velocità e quindi, per la costanza della portata, deve aumentare lo spessore), dall'ampiezza della sezione del canale di convogliamento (a parità di portata in un vallone stretto l'altezza sarà necessariamente maggiore che in uno largo)
e dall'andamento del canale (in corrispondenza di una curva, per inerzia la neve tende a proseguire diritta ed aumenta di molto l'attrito, si ha un innalzamento del fronte e solo dopo si avrà la deviazione sulla nuova direttrice). Nel secondo caso la neve, mancando gli argini laterali, può scorrere liberamente e l'altezza di flusso dipende solo dallo spessore al distacco
e dalle variazioni di pendenza lungo il percorso, in pratica dalla velocità; da notare che, in partenza, tutte le valanghe sono di versante e solo successivamente, in base alla morfologia del terreno, si incanalano.
Infine altra classificazione viene fatta in base al tempo di ritorno su una data zona: si parla di valanga abituale per quella che avviene dopo ogni nevicata o deposito da vento anche di piccolo spessore (ad esempio le discariche dalle rocce subverticali); di valanga annuale, che si registra ogni inverno quando l'innevamento è abbondante e/o si verificano determinate condizioni microclimatiche;
di valanga decennale e via elencando secondo la frequenza nel tempo, delle quali resta comunque traccia nella memoria o nella documentazione storica delle popolazioni locali, fino a quelle ultrasecolari delle quali manca qualsiasi riferimento (spesso si parla di valanga eccezionale, ma il termine può creare confusione perchè è usato anche per indicare
una valanga di volume e/o con espansione dello spazio d'arresto superiori a tutte quelle osservate fino a quel momento, o per una che ha creato danni molto gravi e non previsti). La frequenza varia evidentemente con la quantità e la qualità della neve e con le variazioni dei fattori ambientali locali, non solo microclimatici ma anche vegetazionali:
si può avere valanga un certo anno anche con scarso innevamento, ma con presenza di brina di fondo e di lastroni instabili, viceversa non osservare distacco con spessori eccezionali (in quanto superiori a qualsiasi altezza mai registrata in loco) ma costituiti da neve regolarmente assestata e sinterizzata.
Una valutazione abbastanza affidabile della frequenza è possibile solo dopo una lunga serie di osservazioni dirette, almeno 50-60 anni, opportunamente registrate nel "catasto valanghe". Questo documento, che in alcune regioni italiane è stato avviato attorno al 1930, è composto da una parte cartografica
e da una scheda descrittiva. Sulla prima vengono riportati i limiti dell'area interessata da una valanga (dal distacco superiore al margine inferiore del deposito), alla quale viene dato un codice di identificazione (in genere una sigla che individua regione, bacino idrografico, località, ecc.),
codice che rimane fisso per tutte le successive valanghe rilevate in quella zona mentre la riproduzione in carta varia solo se aumenta la superficie interessata rispetto alle osservazioni precedenti. Se la scala è abbastanza grande (almeno 1:10.000), questa cartografia permette ad urbanisti e progettisti di decidere se l'uso di un territorio e/o la localizzazione di una qualche struttura è al sicuro da valanga;
il problema viene sviscerato nel capitolo dedicato alla prevenzione del pericolo. La parte descrittiva è costituita da schede, una per ogni evento osservato (quindi anche più schede all'anno per una stessa zona), e deve contenere tutti i dati necessari per individuare: condizioni nivologiche, cause, effetti del fenomeno e qualsiasi altra indicazione utile desumibile dalla toponomastica locale,
dalla ricerca storica (vecchi archivi parrocchiali o comunali, cronache, lapidi alla memoria, ecc.) e dall'indagine sulla copertura vegetale. Sembra impossibile non si capisca, ma le cronache lo dimostrano, che allo sbocco di una vallecola chiamata "Lavinal", quindi sicuramente percorsa da grosse valanghe in passato e dove è probabile il loro ritorno, sia quanto meno imprudente costruire un albergo,
salvo arrivarci in occasione di qualche tragico incidente, dopo di che si cerca di difenderlo spendendo cifre superiori a quelle richieste per lo spostamento in zona sicura del fabbricato e degradando in modo pesante le funzioni idrogeologiche, paesaggistiche e faunistiche dell'ambiente circostante.
Il passaggio di una valanga condiziona evidentemente la vegetazione che occupa la superficie interessata, in particolare quella arborea che viene schiantata o danneggiata nella chioma
o anche solo piegata, secondo il tipo di valanga che agisce e le caratteristiche di resistenza e di ancoraggio radicale delle piante che sono investite. In pratica la vegetazione diventa un testimone muto dell'entità e della frequenza, e spesso anche del tipo prevalente,
del fenomeno e basta saper interpretare correttamente le sue locali variazioni di composizione, età, densità e struttura per individuare i confini delle aree sicuramente sotto tiro; quest'analisi è facilitata dalla documentazione fotografica presa da terra e, in particolare,
dalle foto aeree, acquisibili presso l'Istituto Geografico Militare di Firenze per quanto riguarda la copertura di tutta l'Italia e localmente disponibile presso uffici regionali o provinciali.
Nella tabella che segue viene fornita una chiave indicativa per il riconoscimento della frequenza in base alle condizioni della copertura vegetale sul tracciato e del materiale presente nella zona di arresto della valanga;
l'analisi deve essere estesa a tutta l'area della valanga (da P. Gregori, 1987; modificato).
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Copertura vegetale |
Intervallo fra due valanghe successive
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1 anno o meno |
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Copertura erbacea e/o arbustiva più o meno rada e discontinua, possibile presenza di cespugliame e giovani piante arboree con scarso sviluppo della chioma e danni evidenti; erosione idrica come sopra; nel deposito le cortecce sono già in alterazione mentre il legno è ancora sano
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1 - 3 anni |
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Alternanza di aree erbate con nuclei sparsi di cespugliame fino a 1-2 metri di altezza piegati verso valle; erosione ancora evidente ma meno diffusa; nel deposito corteccia molto alterata e legno con evidenti attacchi di marciume
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3 - 7 anni |
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Prevalenza di arbusti e cespugliame con altezza fino a 3-4 metri ma sempre prostrato, novellame di alto fusto diffuso e di buon portamento con qualche pianta più alta di 2 metri; erosione andante quasi assente, possibile presenza di erosione incanalata; nel deposito parti legnose marcescenti
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7 - 15 anni |
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Alberi giovani anche densi, di buon portamento e chioma senza danni evidenti, la cui età è rilevabile attraverso il numero degli anelli di accrescimento annuale;
assenza di erosione andante, scarsa quella incanalata salvo locali problemi idrici indipendenti dalle valanghe; nella zona di arresto è presente una vegetazione nitro - ammoniacale (lampone, rovo, epilobio, ecc.) favorita dall'umificazione dei residui organici
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15 - 30 anni |
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Alberi di notevole altezza, di buon portamento e senza danni evidenti alla chioma né sulla cima (eventuale stroncatura potrebbe indicare il passaggio di una valanga nubiforme), né ai rami bassi (indice di una valanga radente trafilata tra i fusti, ma di spinta non sufficiente a schiantarli); il tempo di ritorno si ricava dall'età delle ceppaie delle piante più vecchie
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oltre 30 anni |
Durante la sua vita, una valanga può cambiare più volte caratteristiche: da un distacco a lastroni con valanga superficiale radente si può arrivare, dopo poche centinaia di metri, ad una valanga polverosa nubiforme, oppure da una valanga superficiale di neve asciutta a debole coesione passare ad una di fondo con neve bagnata;
in molti casi non è quindi possibile una precisa classificazione secondo le tipologie di cui sopra ed è opportuno, per evitare confusione, che le diverse caratteristiche siano descritte in modo particolareggiato per ognuna delle tre zone (distacco, scorrimento e deposito) in cui si suddivide la valanga.
Molto spesso i mezzi di informazione riportano sproloqui di cosidetti "esperti di neve e di valanghe" dove si distingue tra "valanga" e "slavina", attribuendo ad esse caratteristiche diverse o per il tipo del distacco o per quello della neve o, ancora, per le modalità di movimento (la valanga rotola, mentre la slavina slitta !!). Tale distinzione non ha senso né dal punto di vista tecnico, né da quello pratico. I due termini sono perfettamente sinonimi, la differenza è solo dovuta alla loro diversa derivazione linguistica:
valanga deriva da "avalanche", termine usato nei paesi francesi e/o inglesi;
slavina proviene da "lawine", nome usato nei paesi tedeschi (per altro di evidente derivazione dal latino "labina").
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