|
Nevicata
Precipitazione di cristalli di ghiaccio, di forma varia e più o meno aggregati in fiocchi, che si depositano sul terreno formando un miscuglio eterogeneo di ghiaccio, aria ed acqua, acqua che può essere sotto forma di vapore o di liquido secondo le condizioni di temperatura e di pressione alle quali la neve è sottoposta.
Le nevicate più intense ed abbondanti, a grossi fiocchi, avvengono con temperature relativamente calde (tra 0 e -5°C), condizione che permette un maggior contenuto di vapore nell'atmosfera e quindi la formazione di un maggior numero di cristalli e di maggiore dimensione. Per quanto ad intensità di nevicata,
ricordando che lo spessore si riduce per assestamento da compressione via via che la neve si deposita, in calma d'aria il massimo al momento è di 4,2 cm/h, registrato il 30 marzo 1975 (quindi con neve "calda" pesante) in località Rifugio Gilberti (Alpi Carniche; quota 1.850 m).
L'intensità oraria ha forse scarso significato scientifico, ma in pratica è un dato importante perché permette il calcolo dei tempi per gli interventi anti valanghe a mezzo distacco artificiale con esplosivi. Il peso della neve fresca varia in funzione della temperatura e della forma dei cristalli;
da rilievi francesi, eseguiti sulle Alpi a quota 1.320 m, risultano i seguenti valori:
 |
Temperatura °C |
-15 |
-10 |
-5 |
0 |
 |
 |
Peso minimo kg/mc |
20 |
30 |
60 |
90 |
 |
 |
Peso massimo kg/mc |
40 |
60 |
130 |
200 |
 |
Già in fase di deposito fiocchi e cristalli vanno incontro ad un cambiamento di forma per effetto del loro peso, in quanto le strutture più sottili si rompono (per impatto contro superfici dure o per sovraccarico dei cristalli che seguono)
con conseguente riduzione degli spazi "vuoti" interclusi: in pratica la neve subisce un assestamento, che si evidenzia in un aumento di densità dall'alto in basso e in una graduale diminuzione dello spessore totale, riduzione che dipende
dal sovraccarico di neve, dal tempo trascorso dopo il deposito e dalla temperatura dell'aria. Nemmeno uno strato derivato da una singola nevicata è, quindi,
omogeneo per forma dei cristalli e per densità ai diversi livelli di quota e ciò comporta notevoli differenze nella trasmissione di calore e di umidità, con effetti diversi sulle possibili successive metamorfosi e sulla stabilità del manto.
La successione di più nevicate, nonchè la variabilità delle condizioni microclimatiche a cui la neve è sottoposta, porta alla costruzione di depositi formati da strati di caratteristiche molto diverse, facilmente riconoscibili
in una stratigrafia; la diversificazione in strati è poi accentuata dal tipo di metamorfosi che agisce e che può variare anche in uno strato derivato da una singola precipitazione (alla base si può avere trasformazione da gradiente,
con formazione di brina di fondo incoerente e quindi instabile, mentre in alto la metamorfosi da isotermia consolida la neve formando uno strato apparentemente resistente, ma anch'esso instabile perché senza un sufficiente appoggio al terreno).

L'analisi delle forme dei cristalli ci permette da un lato di sapere se, in quel posto ed in quel momento, la situazione è o meno sicura e di individuare l'eventuale tipo di pericolo per adeguarvi il comportamento e/o le misure di prevenzione,
dall'altro di valutare come la situazione può cambiare nel tempo (ad esempio dopo alcuni giorni di freddo intenso) o nello spazio (ad esempio cambiando esposizione e/o copertura vegetale del versante).
Come detto, la forma dei cristalli è in continua evoluzione e con essa, con la coesione, cambiano anche i due angoli di attrito dai quali dipende il meccanismo di deposito della neve e del distacco di valanga su un pendio:
- Angolo di attrito statico: inclinazione massima di equilibrio oltre la quale quel tipo di cristallo, se asciutto ed incorente, si pone spontaneamente in movimento.
- Angolo di attrito dinamico: inclinazione sufficiente perché il cristallo, una volta in moto, si mantenga in movimento.
Da quanto sopra risulta evidente l'importanza dell'analisi stratigrafica e cristallografica; anticipando in parte argomenti trattati in altre pagine, si riporta schematicamente la tipologia generale dei cristalli che si possono trovare in un profilo e le loro caratteristiche più significative:
 |
Cristalli in cui è ben riconoscibile la forma originaria: neve fresca (codice 1 o simbolo +++); angolo di attrito statico 70° - 90° (pendenza da 275 % ad infinito), come dimostra il fatto che i fiocchi dendritici, grazie alla coesione feltrosa, possono fermarsi anche su pareti verticali;
angolo di attrito dinamico 10 - 15° (pendenza 18 - 27 %), quindi una valanga di neve fresca, pur se radente e non nubiforme, può rimanere molto veloce anche su pendenze ridotte ed investire ampi territori, quindi è pericoloso transitare alla base di un versante subito dopo un'abbondante nevicata,
viceversa, una volta partita, la valanga scarica praticamente tutti i versanti sottostanti che risultano quindi sicuri fino a nuovo deposito; peso 20 - 200 kg/mc.
|
 |
 |
Cristalli ancora brillanti e semitrasparenti, irregolari ma prevalentemente piatti con bordi spigolosi, forme originarie non o solo parzialmente riconoscibili: neve recente (codice 2 o simbolo ///) che ha già subito una prima metamorfosi meccanica
per naturale assestamento o per effetto del vento (neve soffiata o ventata); attrito statico 50 - 70° (pendenze 119 - 275 %); attrito dinamico 25 - 35° (pendenze 47 - 70 %); peso 80 - 250 kg/mc.
|
 |
 |
Grani opachi, discoidali con facce e bordi arrotondati, in genere collegati tra di loro da sottili ponti di ghiaccio: neve vecchia o granulosa (codice 3 o simbolo )
che si forma per metamorfosi da isotermia e fornisce una buona stabilità al manto; attrito statico 50 - 35° (pendenze 119 - 70 %); attrito dinamico 23 - 25° (pendenze 42 - 45 %); peso 200 - 500 kg/mc.
|
 |
 |
Grani prismatici o quasi, con spigoli vivi e faccette piane brillanti: neve a "sale grosso" (codice 4 o simbolo )
che deriva dall'azione della metamorfosi da gradiente, in genere ha scarsa coesione; attrito statico 50° (pendenza 119 %); attrito dinamico 25 - 35° (pendenza 45 - 70 %); peso 200 - 500 kg/mc.
|
 |
 |
Cristalli brillanti, striati, prismatici o a calice cavo: brina di fondo (codice 5 o simbolo ^^^) che rappresenta la fase finale della metamorfosi da gradiente, sempre a minima coesione e con larghi spazi tra i singoli cristalli per cui costituisce uno strato debole ed instabile; attrito statico 50° (pendenza 119 %); attrito dinamico 35° (pendenza 70 %); peso 250 - 450 kg/mc.
|
 |
 |
Grossi grani sferici, opachi, circondati da acqua o inclusi in croste di ghiaccio: neve da fusione (codice 6 o simbolo OOO) dal nome della metamorfosi da cui si origina; peso 500 - 750 kg/mc; se imbevuta di acqua liquida gli angoli di attrito sono di pochi gradi.
|
 |
A volte in uno strato si possono osservare situazioni intermedie, ad esempio prevalenza di neve fresca (codice 1) ma con presenza di cristalli già alterati (codice 2); in questo caso l'annotazione diventa in codice 1-2 (o in simboli +/+), viceversa se a prevalere è il tipo 2
l'annotazione diventa 2-1 (oppure /+/); la distinzione è importante perché nel primo caso la neve mantiene una notevole coesione feltrosa (quindi molti versanti non si sono ancora scaricati ed è probabile il distacco naturale di valanghe di neve a debole coesione, molto veloci,
che possono interessare anche tratti pianeggianti), nel secondo la fase critica è già praticamente superata ed il pericolo limitato a zone particolari o a depositi di grande spessore o al cedimento di altri punti deboli del manto nevoso, comunque individuabili dall'analisi cristallografica del profilo.
La neve è bianca, salvo inclusione di inquinanti vari (sabbia del deserto, polvere, ecc.), perché assorbe e riflette allo stesso modo tutte le lunghezze delle onde elettromagnetiche nel campo del visibile (da 0,4 a 1,0 micron) che la colpiscono,
quindi il suo colore è eguale a quello della luce incidente e quella solare è appunto bianca; nelle statigrafie, con spessori notevoli, la neve appare azzurrata ed il fatto è dovuto ad un leggero minor assorbimento nel blu-viola rispetto agli altri colori.
Il 99% della luce visibile è assorbito dai primi 15 cm di neve e poco più sotto è il buio totale, come dimostra l'ingiallimento dell'erba sotto abbondante coperura e come testimoniano i sepolti in valanga superstiti.
Per l'ultravioletto (nella banda inferiore a 0,4 micron) la riflessione è totale, cosa che spiega come sulla neve sia facile abbronzarsi anche stando all'ombra, nonché le scottature ed i "colpi di sole";
viceversa l'infrarosso (banda da 1,0 a 10 micron, a più alto effetto termico) è praticamente tutto assorbito, ma oltre il 98% viene nuovamente irradiato come infrarosso. Dopo una notte serena e in calma d'aria,
la perdita di calore per irraggiamento può essere tanto forte che, invece di un sostanziale stato di equilibrio termico se non proprio di isotermia, la temperatura della neve in superficie può essere anche di 10°C inferiore
a quella dell'aria sovrastante; il fenomeno giustifica la rapidità di crescita della brina di superficie e la formazione, su neve fresca, delle sottili croste friabili che, presenti fino all'aurora, scompaiono al primo riscaldamento.
Per "albedo" si intende il rapporto, in %, tra l'intensità della luce riflessa da un materiale e quella della luce ricevuta. L'albedo della neve varia in funzione delle dimensioni dei cristalli, della micromorfologia della superficie e della presenza di materiali estranei,
mentre non risente delle variazioni di densità e di contenuto di acqua liquida; come valori si passa da 0,9 (il 90 % della luce incidente è riflessa) per la neve fresca, bianca e brillante al sole con superficie piana omogenea, fino a 0,4 per neve primaverile grigiastra per deposito di polvere e detriti vari.
Assieme alla luce viene evidentemente riflesso anche il calore che essa trasporta, quindi dall'albedo dipende non tanto la maggior o minor luminosità di un paesaggio, ma la durata della copertura nevosa; da secoli l'effetto "sporco" viene sfruttato spargendo la cenere del focolare o altro
davanti all'uscio di casa per eliminare al più presto neve e ghiacco; ora si usa il sale, l'azione è più rapida e sicura ma comporta inquinamento ambientale con conseguenze spesso deleterie per la componente idrobiologica e per la salute pubblica.
Vediamo come funziona l'effetto "sporco" nell'ipotesi che la luce porti 1500 kcal/mq al giorno e che tutti gli altri fattori siano eguali: con albedo 0,9 la neve riflette 1350 kcal (1500 * 0,9) ed assorbe solo le restanti 150 kcal, quantità sufficiente per fondere 1,87 kg (150 : 80, cioè il calore di fusione)
di ghiaccio posto già a 0°C (il che, con neve a 500 kg/mc, porterebbe alla fusione di 1,87 : 0,5 = 3,74 mm/mq); con albedo 0,4 il calore assorbito è di 900 kcal, sufficienti a fondere (900 : 80) 11,25 kg (e la nostra neve perderebbe ben 22,5 mm); se consideriamo il tempo,
possiamo calcolare che 20 cm di neve a 500 kg/mc nel primo caso impiegherebbero (200 : 3,74) oltre 53 giorni per scomparire, nel secondo caso (200 : 22,5) solo circa 9 giorni, il che fa una bella differenza.
Infine è da accennare al problema, sul quale molti "esperti" discutono, se il manto nevoso sia da misurare come altezza, cioè secondo la verticale, o come spessore, ossia secondo la perpendicolare al terreno; è forse preferibile misurare l'altezza,
che non cambia con la pendenza del versante, dalla quale dipendono sovraccarico, gradiente termico e relativi effetti per quanto a valutazione della stabilità del manto; tanto più che, per eventuali altri scopi, si può facilmente calcolare lo spessore corrispondente al variare dell'angolo di inclinazione del terreno.
|
|